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Il marketing politico della democrazia illiberale

Scritto da Matilde Casasopra Bonaglia | 22.1.2026

Biblioteca Salita dei Frati, Lugano. Sono le 18.00 di metà novembre. Il cielo è ormai scuro e l’aria è frizzante. Poche le persone che s’incrociano sulla via eppure basta entrare per accorgersi che la serata promossa dal “Club Plinio Verda” non è passata inosservata e non avrebbe potuto essere diversamente visto il tema dell’incontro: “L’Europa nel mondo multipolare: tra autoritarismo e crisi della democrazia”. Ospite il prof. Alessandro Mulieri, direttore di ricerca al Cnr (Centro nazionale di ricerca scientifica) di Lione e docente all’Istituto di studi politici (Sciences Po) di Parigi, autore di una trilogia – edita da Donzelli - dedicata a democrazia e liberalismo: “Democrazia totalitaria - Una storia controversa del governo popolare” con prefazione di Nadia Urbinati (2019); “Contro la democrazia illiberale - Storia e critica di un’idea populista” (2024) e “Tecnomonarchi - Gli ideologi della nuova destra all’attacco della democrazia” (ottobre 2025). Al suo fianco, quasi un compagno di viaggio col quale intrattenersi e confrontarsi, un Tomas Miglierina (già ospite di Lib- 34, pagg 6-7) in splendida forma che l’anno scorso, ma a Bruxelles, partecipò alla presentazione di “Contro la democrazia illiberale”.

Professor Mulieri, lei l’ha spiegato alla Biblioteca Salita dei Frati e io le chiedo di spiegarlo anche ai lettori di Lib-: perché la “democrazia illiberale”, sdoganata da Orbán, è un “absurdum in terminis”? e perché, ciononostante, è ormai parte del linguaggio corrente nei dibattiti e nei talk?

“Il termine «democrazia illiberale», nell’epoca contemporanea ha una storia che precede Orbán. È stato coniato dal commentatore della CNN Fareed Zakaria tra la fine degli anni Novanta e l’inizio degli anni Duemila come categoria descrittiva per indicare la trasformazione di alcuni paesi che, a partire dalla fine della Guerra fredda, avevano cominciato ad adottare misure apparentemente democratiche (per esempio le elezioni) insieme a politiche di progressivo ridimensionamento dei contropoteri che fanno parte di un sano stato di diritto in una democrazia liberale. Diversi anni dopo, Orbán trasforma quella che era una categoria descrittiva in un ideale normativo e prova a convincerci che l’unico modo di continuare a essere democratici sia quello di essere illiberali. Si tratta di un’operazione spregiudicata, perché per la prima volta un leader dell’estrema destra ci racconta che si può essere democratici utilizzando la diseguaglianza e l’esclusione come metodi di governo. In questo senso, l’intento di Orbán è riuscito, perché ormai l’idea che esista una «democrazia illiberale» è stata sdoganata nel discorso pubblico. Quello che cerco di suggerire nel libro, invece, è che si tratta semplicemente di un’operazione di marketing politico: la democrazia è infatti un regime che, sin dalle sue origini, ha sempre raccontato una storia legata all’eguaglianza. Anzi, nel mondo premoderno, la democrazia era spesso il «governo dei poveri», un regime fondato sull’eguaglianza sostanziale e materiale. La «democrazia illiberale», per come ce la racconta Orbán, dunque non esiste!”.

Il termine liberale è però uno di quelli che si prestano ad equivoci e incomprensioni. La lingua italiana permette di fissare il distinguo tra liberalismo e liberismo. Non così altrove dove, ad esempio, “liberal” è termine automaticamente associato a progressista. Come uscire da quest’impasse?

“Tra la fine degli anni ’30 e l’inizio degli anni ’40, Simone Weil scrive un saggio molto bello sul potere delle parole, nel quale sottolinea l’importanza di definirle con precisione, soprattutto in momenti storici in cui la polarizzazione politica domina il discorso pubblico (e quel periodo lo era decisamente). Credo che anche oggi sia fondamentale seguire lo stesso principio e applicarlo anche alla definizione di «liberalismo»: dovremmo forse parlare di «liberalismi» e, ogni volta che usiamo questa parola, affrettarci a chiarirne subito i significati. Un po’ come quando parliamo di «democrazia», la prima domanda riguardo al liberalismo dovrebbe essere: «che cosa si intende con questa nozione?». Adottando questo atteggiamento, possiamo scoprire che alcune forme di liberalismo politico hanno ben poco a che fare con il liberalismo inteso come liberismo economico o come fenomeno culturale. Si pensi, per esempio, al socialismo liberale di Carlo Rosselli: che cosa rimane del liberalismo economico, o del liberismo, in una formula di questo tipo?”.

Non ho una risposta pronta, ma… rilancio: quale liberalismo mira a distruggere quella che, senza mezzi termini, lei ha definito “internazionale illiberale”?

“Credo che l’obiettivo politico principale dell’illiberalismo (da distinguere da un generico non-liberalismo, perché il primo assume un carattere militante di opposizione al liberalismo) sia il liberalismo culturale, ossia il liberalismo inteso, in senso americano, come sinonimo di progressivismo (nel significato dell’espressione «liberal»). Questa battaglia culturale dell’illiberalismo contro il liberalismo culturale nasconde una profonda ambiguità riguardo al liberalismo economico, o liberismo, che, lungi dall’essere rigettato, ha costituito un opportunistico punto di riferimento per molti ideologi dell’illiberalismo (alla fine, fare affari con il capitale finanziario giova anche agli illiberali, e Orbán è stato maestro anche in questo). Allo stesso tempo, credo che la risposta all’illiberalismo non possa che passare attraverso una rivisitazione del liberalismo politico, che guardi a quest’ultima tradizione valorizzando sempre più il suo legame con la tradizione socialista e con i temi della giustizia sociale”.

Passiamo a considerare il suo ultimo saggio, quello dedicato ai “Tecnomonarchi”, nel quale propone similitudini piuttosto inquietanti - penso alla fine dell’impero romano (nel I secolo a.C.) versus i nuovi “chief” degli USA -, ma anche vie che, per comprendere fenomeni quali Trump, Vance e Bukele, passano attraverso il Machiavelli e le “Vite parallele” di Plutarco. Trovo il tutto stimolante, ma… non pensa di rivolgersi a un pubblico se non di nicchia, quanto meno troppo ristretto perché si verifichi un cambio di rotta?

“In questo caso non sono io a proporre un ritorno all’antico o al premoderno, ma sono proprio gli stessi autori che nel libro definisco Tecnomonarchi. Il punto, però, è più ampio e riguarda una visione d’insieme sull’epoca che stiamo vivendo. Credo che siamo entrati in una fase storica e culturale in cui, per la prima volta dall’avvento della modernità politica, questioni e domande che pensavamo superate stanno tornando a essere centrali. Questo è l’unico aspetto su cui i Tecnomonarchi hanno ragione. Che ci piaccia o no, alcune categorie tradizionali associate alla modernità politica sono saltate. E allora, per comprendere e contrastare questo nuovo stato di cose, dobbiamo accettare la sfida e guardare anche al passato per rinnovare anche il linguaggio politico del presente. La sfida consiste nel leggere il presente rispolverando alcune categorie premoderne che raccontano una storia diversa da quella intrisa di diseguaglianza e tecnofeudalesimo, così cara agli oligarchi del tech. Idee come la pace, la giustizia e l’eguaglianza sociale erano infatti ben presenti nell’epoca premoderna tanto amata dai Tecnomonarchi. È importante non dimenticarlo!”.

Il tecnomonarca, dunque, se ben capisco, non è il re della tecnologia, ma qualcuno che esprime quello che Umberto Eco definì “fascismo assoluto”, ovvero il potere fondato sulle differenze sociali ed economiche ed alimentato dall’idea della libertà di parola assoluta. Non è forse questa mancanza di libertà di parola ciò che il vicepresidente J.D. Vance rimproverò, a febbraio 2025, all’Europa?

“Quel rimprovero di Vance rappresenta esattamente il punto di partenza di questa visione paradossale della libertà assoluta condivisa da molti oligarchi del mondo tech: un leader reazionario che viene a rimproverare l’Europa, culla delle libertà moderne, per la presunta mancanza di libertà assoluta. Ma basta guardare gli esempi forniti da Vance in quel discorso per capire che si tratta di pura propaganda politica! La libertà di cui parla è, in realtà, lo sdoganamento della forza bruta di alcuni potenti, che utilizzano la retorica della libertà per piegarla alla propria volontà di potere. La libertà assoluta, così come viene evocata dal vicepresidente degli Stati Uniti, ha una grande efficacia comunicativa, simile a quella che molti percepiscono quando sentono Musk pontificare sul «free absolute speech». Ma se la libertà di parola deve essere assoluta e senza alcun limite, dov’è il confine tra propaganda e informazione? E soprattutto: propagare idee che incitano alla discriminazione o alla diseguaglianza di certe categorie di persone è davvero libertà di parola?”.

Professor Mulieri, dopo aver scritto questo saggio lei si sente “vox clamantis in deserto” o studioso che ha dato il suo contributo a comprendere una situazione che ci sta palesemente sfuggendo di mano proprio grazie ai “tecnomonarchi”?

“Il motivo per cui ho scritto questo saggio è lo stesso che mi ha spinto a scrivere il libro precedente, «Contro la democrazia illiberale»: il fatto di non poter rimanere in silenzio di fronte all’ingiustizia e all’orrore di certe idee di una destra illiberale che ormai si è sganciata dal vecchio paradigma del conservatorismo e ha abbracciato la logica di una vera e propria «rivoluzione reazionaria», le cui conseguenze politiche potrebbero essere devastanti. La situazione, in qualche modo, ci è già sfuggita di mano, perché quelli che Giuliano da Empoli ha definito i «nuovi predatori» non si limitano ad agire in un mondo in cui il diritto internazionale ha perso qualsiasi rilevanza, ma si sono trasformati anche in ideologi di questo nuovo stato di cose. Di fronte a tutto questo, come studiosi e intellettuali, stare in silenzio non è più un’opzione!”.