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“Il nostro cervello è sotto attacco. Sta a noi difenderlo”

Scritto da Matilde Casasopra Bonaglia | 27.3.2026

È novembre 2025 quando nelle librerie svizzere arriva “Moins d’Amérique dans nos vies” (Georg Editeur) e, in poco tempo, pur essendo in francese, anche in Ticino si piazza in testa alle classifiche di vendita. Oggi, venerdì 27 febbraio, in libreria arriva invece il nuovo "La mente sotto assedio. Come non lasciarsi manipolare nell'era dellIA" (Edizioni Casagrande). Lo stesso libro, ma lo scorso 12 febbraio, è uscito in Francia. Titolo: "Manuel de résistance à l'emprise technologique" (Équateurs). Chiaro e ben definito il tema centrale: la difesa dell’integrità cognitiva dei cittadini, in altri termini: consentire a ciascuno di noi di continuare a pensare in modo autonomo e non soggiogati da volontà esterne più o meno subliminali.

L’autore di entrambi i saggi è Bruno Giussani, giornalista, podcaster e scrittore (così si definisce lui), in realtà, una persona, un intellettuale, un innovatore ticinese che nel mondo della tech ha surfato fin dagli anni Ottanta quando, lasciata la piccola redazione di un giornale locale (il Giornale del Popolo) si trasferì a Losanna dove, a L’Hebdo, realizzò la prima versione online di un settimanale svizzero (Webdo). Da quel momento in poi è difficile stargli dietro. Non basterebbe un intero numero di Lib- per raccontare la sua storia. Cofondatore di due società Internet - Tinet, nel 1995 e Tinext nel 2000 -, dal 1998 al 2000 è responsabile della strategia online del WEF (il World Economic Forum di Davos). Collaboratore di testate nazionali, europee e anche statunitensi – tra queste il New York Times dove, dal 1996 aI 2000 cura la rubrica “Eurobytes” - nel 2015 gli viene conferito lo "SwissAward" nella categoria Economia per il suo contributo pionieristico nel settore digitale e la sua influenza nell'innovazione. Intanto, dal 2005 al 2024, è attivo come direttore per l’Europa di TED, quelli dei "TED Talks". Il suo mondo è fatto d’incontri, di circolazione di idee, di attenzione e impegno. Tutto ciò costituisce la spina dorsale di questo nuovo saggio che, dopo l’edizione in italiano, uscirà anche in inglese ad aprile e, a maggio, in tedesco.

Cos’è che ha spinto Giussani a proporre “La mente sotto assedio”? Quale l’interesse di un nuovo saggio sul mondo dell’Intelligenza Artificiale (IA) vista l’abbondanza di autori che ne stanno discutendo, parlando, scrivendo (tra gli altri il Nobel per la fisica Giorgio Pasi con il suo recentissimo “Le simmetrie nascoste”)? Abbiamo perciò deciso di chiedere di poter leggere in anteprima il testo e quindi di disturbare direttamente l’autore. Il saggio di Giussani, lo diciamo subito, è di quelli che si devono assolutamente leggere. Due, sostanzialmente, gli elementi sui quali si sviluppa il testo, scritto in modo comprensibile a tutti: “La minaccia algoritmica” e un “Piccolo manuale di resistenza”. In pratica: dopo un’approfondita analisi, nella prima parte, della situazione attuale sul fronte delle "tecnologie algoritmiche" che nel cervello umano – il nostro cervello - hanno il loro bersaglio, Giussani, nella seconda parte, propone una serie di suggerimenti per evitare che proprio l’IA vinca la guerra cognitiva. C’è, e non poteva essere diversamente, la via della “disamericanizzazione”, ma, soprattutto, l’invito a saper pensare, impostando, nella propria vita, una “resistenza tecnologica”. E, si badi bene, Giussani non demonizza l’IA, consapevole com’è del fatto che ogni scoperta umana ha nell’uso che si decide di farne la cifra positiva o negativa (ricordate la gioia provata all’annuncio della fissione nucleare e la vergogna che seguì al suo impiego il 6 agosto del 1945?). Giussani ci aiuta invece a conoscere ciò con cui ci stiamo abituando a convivere rendendoci però attenti sui meccanismi che adottano coloro che governano questo nuovo mondo.

Bruno Giussani, a lei sembra davvero possibile, al punto in cui siamo giunti, resistere alle nuove tecnologie?

« È necessario. Uso il termine "resistenza" non per indicare un rifiuto, ma per suggerire un uso lucido, consapevole, costantemente vigile di queste tecnologie, in primis l’intelligenza artificiale. Rifiutarla ovviamente non è un’opzione, poiché nessuna tecnologia, una volta immaginata e realizzata, può essere disinventata. Ma accettarla senza riflettere e senza analizzarne gli effetti, come mi sembra troppi stiano facendo, è pure inadeguato, perché ogni tecnologia, una volta adottata, comporta delle conseguenze. La nozione di "resistenza" è di un sociologo americano degli anni Novanta, Neil Postman. Penso che sia la buona attitudine da adottare davanti alla penetrazione massiccia di tecnologie digitali nella nostra vita, dalle quali siamo sempre più dipendenti e nelle quali siamo sempre più intrappolati.

Ciò che l’IA cosiddetta generativa (ChatGPT e simili) offre è molto allettante: praticamente la possibilità di delegare lo sforzo di dover pensare, imparare e decidere. Ma ciò ha un prezzo: i benefici immediati (che sono reali, in termini per esempio di produttività individuale) potrebbero tradursi in un "debito cognitivo" sul lungo termine, cioè il deterioramento della nostra capacità appunto di pensare, apprendere e decidere in autonomia ».

Lei, Giussani, è giornalista e podcaster. Riesce a spiegarmi perché, nei media, i dibattiti politici in corso in molti Paesi – Svizzera inclusa – non hanno lo spazio che permetterebbe ai cittadini di comprendere il momento delicato che stiamo vivendo?

« Presumo che ciascuno abbia una sua risposta. La mia, semplificando, è che lo spazio di cui lei parla ha bisogno di tempo, della capacità di confrontarsi alla complessità, ma nessuno ha più tempo, la nostra attenzione è costantemente frammentata da un flusso incessante di cosiddetti "contenuti". La democrazia necessita di cittadini consapevoli. Ma il potere tecno-autoritario che avanza preferisce spettatori distratti, esausti dal rumore cognitivo. La polarizzazione dei "social" non è un fenomeno naturale: è una strategia. La falsa intimità proposta dai chatbot, pure ».

Non lo nego. Leggendo il suo saggio ho avuto paura. Non tanto perché per le mie ricerche uso Google (ora supportata dall’AI Mode), ma perché Sam Altman, rispondendo a Tucker Carlson che gli chiedeva chi prendesse le decisioni in ambito di linee guida per ChatGPT, ha affermato che a guidarlo era il suo quadro morale e che, quel quadro morale era, come per tutti, l’ambiente nel quale era cresciuto: “la mia famiglia, la mia comunità, la mia scuola, la mia religione”. Mi ha ricordato l’intervista a Trump proposta dal New York Times a gennaio di quest’anno: “Il mio potere è limitato solo dalla mia morale”. Lei pensa davvero si sia ancora in tempo ad arginare questo mondo apparentemente governato dall’IA, ma praticamente da insaziabili predatori?

« Studio gli sviluppi dei digitale da decenni e di una cosa sono ormai convinto: l’esistenza stessa delle grandi aziende della tech, le loro dimensioni, la loro presa tecnologica sulle nostre vite attraverso piattaforme e apparecchi digitali, il loro accesso quasi diretto alle nostre menti, è incompatibile con le nostre libertà e con la democrazia. L’allineamento di queste aziende sulle priorità del governo Trump è un sintomo chiaro dell’era dei predatori teorizzata da Giuliano da Empoli nel suo ultimo libro. Assistiamo negli Stati Uniti a una fusione del potere politico e del potere del "cloud", i cui attori, appunto, non si sentono legati da alcuna norma. Dire "mi limita solo la mia morale" significa "posso fare quel che voglio" ».

C’è un’altra cosa che mi ha fatto paura. La risposta che il direttore degli affari pubblici e legali di Microsoft in Francia, ha dato alla domanda di un senatore: “Può garantire sotto giuramento che i dati dei cittadini francesi affidati a Microsoft non saranno mai trasmessi a terzi a seguito di un ordine del governo americano (…)?” “No, non posso garantirlo”. Perché, secondo lei, davanti a una simile evidenza, gli Stati del continente Europa (tutti, e non solo alcuni) non uniscono le forze per dar vita a una propria IA generativa?

« Non si tratta soltanto di creare un’IA generativa europea. Si tratta di rendersi conto che noi europei e svizzeri siamo estremamente dipendenti. Oltre i due terzi delle tecnologie digitali che utilizziamo, tanto nelle nostre aziende e amministrazioni che nella vita privata, sono americane. E le dipendenze possono essere trasformate in strumenti di ricatto e in sottomissione. Proviamo ad immaginare cosa accadrebbe se il presidente degli Stati Uniti, in disaccordo con un governo europeo, ordinasse per rappresaglia di bloccare l’accesso di quel paese alle piattaforme digitali americane. Si bloccherebbe tutto.

Per molto tempo, per un misto d’opportunismo economico e di ingenuità strategica, di praticità e di mancanza di immaginazione, abbiamo accumulato ritardo tecnologico e rinunciato alla nostra autonomia digitale. Non sembrava un rischio inaudito, dal momento che queste tecnologie provenivano da un paese alleato. Che ora si rivela invece profondamente ostile. E non è un fenomeno passeggero.
Dobbiamo seriamente iniziare un processo di disamericanizzazione dei nostri sistemi e usi tecnologici. Il che non significa passare sull’altro binario, quello cinese, e neppure puntare all’autarchia, che è impossibile. Si tratta di scegliere con cura che tecnologie usare. Privilegiare le tecnologie europee e svizzere - che esistono, anche se continuiamo ad acquistare americano per decine di miliardi di dollari ogni anno - e farle crescere. È possibile, certi hanno iniziato a farlo: la città di Lione, il Land tedesco dello Schleswig-Holstein, per esempio. E poi bisogna sviluppare approcci diversi all’innovazione, non basati sullo sfruttamento (spesso abusivo) di dati personali. Sistemi concorrenziali piuttosto che monopolistici, federati piuttosto che centralizzati. Insomma, una strategia ambiziosa di ripresa di controllo, di ripristino di un certo livello di autonomia ».

Parliamo di Svizzera. Grazie al suo libro ho scoperto Isabelle Chappuis e Jean-Marc Rickli, ma… bastano due persone per cambiare le abitudini di un Paese?

« Fortunatamente non sono i soli. Chappuis è una consigliera nazionale vodese che si occupa molto di come le tecnologie digitali impattano le nostre vite e l’indipendenza del paese. Rickli dirige gli studi sui rischi globali al Centro di politica di sicurezza di Ginevra. Ma vi sono moltissimi altri individui e gruppi che lavorano su questi temi. Giornalisti che scandagliano gli abusi delle aziende tecnologiche. Politici che sostengono strategie d "sovranità digitale". Organizzazioni che spingono temi fondamentali quali la regolamentazione, l’educazione, la sensibilizzazione. Individui che si "de-googleizzano", cioè ricreano i loro ambienti informatici sostituendo software americani con equivalenti europei, e poi condividono la loro esperienza ».

Giussani, lei ne ha parlato sia nel saggio di novembre sia in questo: gli F-35A. “Sans accès à l’infrastructure américaine, les F-35A ne son que des tas de métal”. Detto altrimenti: ci stiamo portando in casa degli aerei che funzionano – come Starlink di Musk – a comando diretto degli USA. La presa di coscienza da parte dei cittadini le sembra sufficiente per determinare un’inversione di rotta?

« No. È necessaria un’attitudine politica diversa. Credo che la politica sia nella fase schizofrenica: da un lato, inizia a riconoscere il problema. Il Consiglio Federale per esempio ha pubblicato recentemente un Rapporto sulla sovranità digitale che analizza bene il problema. Poi, però, propone come risposta di "creare un gruppo di lavoro interdipartimentale"; insomma, di non fare nulla. Mentre servono misure radicali, e servono ora ».

Curiosità personale: lei ha vissuto e lavorato negli Stati Uniti. Oggi ci tornerebbe?

« Non ne sento la necessità. Gli amici mi dicono che comunque, dopo questi due libri, non mi lascerebbero entrare… Anche se i libri non hanno nulla di anti-americano. Hanno tutto, invece, di anti-sottomissione-tecnologica ».

Ultima domanda: quanto bisogno di redenzione personale c’è in questo suo “La mente sotto assedio?

« Ogni libro è principalmente una risposta a questioni che l’autore si porta appresso. Io mi sforzo da trent’anni di favorire - attraverso articoli, libri, conferenze - la conoscenza e la presa di coscienza del nostro tempo, in particolare degli impatti delle tecnologie e dell’intersezione di queste con la politica e l’economia. Questo libro forse più di altri è un tentativo di scuotere i lettori - ma in modo quasi premuroso e, spero, facilmente accessibile - sulla necessità di uscire dall’accettazione passiva di forme tecnologiche decise da altri. Perché la tecnologia struttura la società, la riprogramma a sua immagine, e influenza il modo nel quale capiamo il, e agiamo nel, mondo ».