Chi pensava che la transizione digitale fosse l’ultima rivoluzione per il mondo dei media, sbagliava. Anche se questo processo è tutt’ora in atto e continua a trasformare profondamente l’offerta mediatica e il modo di fruire delle informazioni, il passo successivo di questo autentico “terremoto” è rappresentato dalle concentrazioni. Gruppi sempre più grandi che si suddividono fette di mercato sempre più corpose. Anche in Svizzera e in Ticino. Di questa tendenza Lib- ha parlato con il professor Colin Porlezza, professore associato di giornalismo digitale e direttore dell'Istituto di Media e Giornalismo (IMeG) dell’Università della Svizzera italiana e direttore dell’Osservatorio europeo di giornalismo (EJO).
Professor Porlezza, negli ultimi anni stiamo assistendo a fusioni e acquisizioni importanti tra grandi gruppi mediatici. L’esempio più recente è quello delle complesse trattative che coinvolgono Warner Bros, Netflix e Paramount, ma anche in Italia (caso Gedi) e in Svizzera (gruppi Tamedia o Ringier) questo trend è ben visibile. Quali sono, secondo lei, le principali conseguenze di questa concentrazione mediatica a livello globale? E quali i vantaggi per i gruppi stessi?
“Negli ultimi anni, la crescente concentrazione mediatica, a livello globale e in Svizzera, può essere letta come una risposta alle profonde trasformazioni economiche e tecnologiche dei mercati dei media. Se da un lato essa produce vantaggi in termini di efficienza ed economie di scala per i grandi gruppi editoriali, dall’altro solleva rilevanti criticità per il pluralismo e la diversità dell’informazione giornalistica. La concentrazione favorisce infatti la centralizzazione delle redazioni, l’omogeneizzazione tematica delle testate appartenenti allo stesso gruppo, contribuendo a fenomeni di “desertificazione” mediatica nelle regioni. In questo contesto, le piattaforme digitali non possono sostituire i media professionali né garantire pluralismo qualitativo e verifica editoriale, anche perché i loro algoritmi, orientati alla massimizzazione dell’engagement e del tempo di permanenza, tendono a privilegiare contenuti polarizzanti e personalizzati o coerenti con le preferenze pregresse degli utenti”.
L’informazione come strumento di potere: non è più il “mitico” 4° potere, ma un potere economico e finanziario al servizio dei nuovi padroni del mondo (quelli che Mulieri definisce “tecnocrati” e Da Empoli “predatori”). Quale l’orizzonte che lei vede delinearsi?
“L’idea del giornalismo come “quarto potere” appare sempre più problematica, poiché la produzione, la distribuzione e la visibilità delle notizie sono ormai integrate in logiche economiche e tecnologiche dominate dalle grandi piattaforme, in particolare attraverso infrastrutture algoritmiche e sistemi di intelligenza artificiale che accrescono la dipendenza dei media. L’orizzonte che si delinea è quello di un ecosistema informativo in cui il potere si sposta progressivamente verso la Silicon Valley, che esercita la propria influenza non solo tramite le infrastrutture digitali, ma anche attraverso la diffusione di logiche e valori culturali propri dell’industria tecnologica”.
Anche la stampa tradizionale sta vivendo una crisi profonda, la chiusura del cartaceo di 20Minuti è solo l’ultimo degli esempi. Quali fattori ritiene più determinanti: la riduzione delle copie cartacee, la concorrenza dei giganti digitali o altri elementi? Insomma: la carta è davvero in via d’estinzione come si pronostica ormai da anni?
“ La crisi della stampa va interpretata soprattutto come l’effetto di una trasformazione strutturale indotta dalle piattaforme digitali. Sul piano economico, le grandi piattaforme hanno assorbito la quota dominante degli introiti pubblicitari, erodendo il modello di finanziamento che per decenni ha sostenuto la stampa. Parallelamente, sul piano dell’utenza, le piattaforme sono diventate i principali punti di accesso alle notizie. In questo contesto, la chiusura di testate cartacee come 20 Minuti non indica tanto la “fine della carta” in senso assoluto, quanto una progressiva marginalizzazione della stampa come canale di accesso all’informazione all’interno di un ecosistema mediatico dominato da logiche digitali di piattaforma”.
Nel contesto svizzero e ticinese, quali sono le principali difficoltà che incontrano oggi giornali e media locali nel mantenere un modello economico sostenibile? Il calo pubblicitario è lì da vedere, ma c’è altro?
“Nel contesto svizzero e ticinese, giornali e media locali devono affrontare diverse difficoltà. Tra i fattori più rilevanti figurano la frammentazione dell’attenzione del pubblico e il crescente ricorso alle piattaforme digitali come principali canali di accesso all’informazione, dinamiche che indeboliscono il legame con i media tradizionali e aggravano le condizioni di sostenibilità economica. A ciò si aggiunge il fatto che una quota crescente della popolazione, in particolare tra i giovani, non entra più regolarmente in contatto con le notizie (i cosiddetti deprivati delle notizie) oppure tende a evitare consapevolmente l’informazione, con ulteriori effetti negativi anche per la partecipazione politica”.
Il digitale e le piattaforme di streaming hanno trasformato radicalmente il consumo di media. Come valuta l’impatto di questo cambiamento sulle testate giornalistiche e sui media locali?
“La digitalizzazione ha spostando l’attenzione degli utenti verso ambienti controllati da grandi piattaforme, in cui algoritmi regolano la visibilità e la circolazione dei contenuti. Questo processo ha progressivamente eroso la centralità delle testate tradizionali come principali punti di accesso all’informazione. A ciò si aggiunge l’espansione dei servizi di streaming audiovisivo, che sottrae una quota crescente di attenzione sia ai media tradizionali sia all’informazione giornalistica, intensificando la competizione in un ecosistema mediale segnato da forti asimmetrie strutturali tra aziende mediatiche sotto pressione e piattaforme dotate di risorse pressoché illimitate, ma che non producono contenuti”.
Dal suo osservatorio, come valuta l’evoluzione futura del panorama mediatico a livello svizzero?
“In primo luogo, la continua pressione economica rende probabile un’ulteriore concentrazione dei media. Parallelamente, la fruizione dell’informazione continua a spostarsi verso le piattaforme digitali, indebolendo ulteriormente la relazione con l’audience. Inoltre, l’intelligenza artificiale esercita un impatto crescente: da un lato viene impiegata in tutte le fasi della produzione giornalistica, dall’altro costituisce una fonte centrale per i modelli IA, rendendo legittime le richieste di una remunerazione adeguata per l’uso dei contenuti. Infine, c’è una crescente difficoltà del giornalismo nel raggiungere i cittadini, documentato dall’aumento dei cosiddetti “deprivati della notizia” e di coloro che scelgono consapevolmente di evitare l’informazione”.
Guardando sempre al futuro, quali strategie potrebbero permettere ai media tradizionali, anche in Ticino, di sopravvivere e rimanere rilevanti in un panorama dominato da grandi gruppi internazionali? La via è solo e soltanto quella della digitalizzazione?
“Non è certamente compito del ricercatore fornire indicazioni operative o “ricette” per le strategie aziendali. Tuttavia, quello che si può dire è che la digitalizzazione non rappresenta più una scelta strategica opzionale, ma una condizione già pienamente in atto, ma che da sola, ahimè, non garantisce sostenibilità economica”.
Non di rado le testate giornalistiche sollecitano aiuti statali. In Svizzera la competenza è federale, anche se di recente il Cantone Ticino ha approvato un sostegno a gli operatori locali. Cosa comporta tutto questo in termini di indipendenza delle testate? Ed è giusto ribaltare sui contribuenti i problemi degli editori?
“In Europa il sostegno diretto ai media è una pratica consolidata: Paesi come quelli scandinavi adottano da decenni forme di finanziamento pubblico che sono state progressivamente estese anche al digitale. Tali strumenti non hanno compromesso la libertà dei media. Al contrario, questi Paesi figurano stabilmente ai primi posti negli indici internazionali di libertà di stampa. Se si riconosce che il giornalismo svolge una funzione essenziale per la democrazia diretta e che, in un mercato piccolo e frammentato come quello svizzero, il solo finanziamento di mercato non garantisce più la sostenibilità economica nell’era digitale, allora una politica di sostegno ai media appare difficilmente eludibile”.