È un segnale d'allarme: l'assicurazione invalidità è confrontata a serie difficoltà finanziarie. E a preoccupare è in particolare l'aumento delle rendite riconosciute per patologie psichiche. Trent’anni fa erano il 27%, oggi ben il 52%. Ma non è tutto. Tra i nuovi beneficiari ci sono sempre più giovani con meno di 30 anni. Il problema è politicamente esplosivo. Da un lato solleva questioni umane particolarmente delicate legate alla salute mentale dei nostri giovani. Dall'altro, c'è la difficile situazione finanziaria in cui si dibatte questa importante assicurazione sociale. Nel 2025, l'AI ha chiuso l'esercizio con un deficit di 213 milioni. Ciò non consentirà - per un altro anno ancora - di ridurre lo spinoso problema dell'indebitamento nei confronti del fondo dell'AVS, debito che continua a superare i 10 miliardi di franchi. Dai 14,9 miliardi nel 2010, la somma è stata ridotta a poco più di 10 miliardi grazie ad un finanziamento addizionale di 0,4 punti percentuali del tasso IVA limitato nel tempo e, quindi, nel frattempo scaduto. Ma allora il numero delle rendite era in diminuzione e la Confederazione aveva assunto il pagamento degli interessi di questo debito. Dal 2018 non è più così. E questo spiega perché l'indebitamento si mantiene a un livello così elevato. 10 miliardi che ben difficilmente l'AI riuscirà a rimborsare integralmente al fondo AVS, con conseguenze dirette sulla dotazione del capitale del primo pilastro stesso.
Ma c'è dell'altro per quanto riguarda l'Assicurazione invalidità. Per far fronte alla crisi di liquidità, Compenswiss, l'organo che gestisce i fondi AVS, AI, IPG, ha deciso di attingere al capitale dell'assicurazione invalidità, dotato di circa 3,5 miliardi, vendendo una parte di attivi investiti. Circa 35 milioni al mese. E questo per potere pagare puntualmente le rendite. L'operazione si protrarrà sino alla fine dell'anno, quando sarà effettuata una nuova valutazione.
E considerata questa situazione delicata dal profilo umano e finanziario, anche per il Consiglio federale è giunta l'ora di correre ai ripari. Lo scorso febbraio, il governo ha presentato a grandi linee una riforma dell'AI, denominata riforma per l'integrazione. La stessa prevede anche misure destinate a stabilizzare e a risanare la situazione finanziaria dell'AI, che attualmente presenta deficit strutturali. Per garantire a medio termine la liquidità dell'assicurazione, riportare il fondo dell'AI al livello prescritto per legge e avviare a medio termine la riduzione del suo debito, bisognerà adottare tutte le misure possibili per evitare un finanziamento aggiuntivo. Se tutto questo non dovesse bastare, il governo potrebbe, però, proporre un aumento dei contributi salariali fino a 0,2 punti percentuali. Ma questa proposta non avrà certo vita facile. È già un giunto un secco no delle associazioni economiche, di PLR, UDC e anche di parte del Centro.
Sta di fatto, che il problema dei giovani sotto i 30 anni al beneficio dell'AI per patologie d'origine psichica va affrontato. Proprio per questa ragione il Consiglio federale nel suo progetto di riforma dell'AI prevede di introdurre una nuova prestazione di integrazione per i giovani adulti tra i 18 e 25 anni. L'obiettivo è di evitare che questi giovani beneficino precocemente di una rendita d'invalidità e di agevolare la loro autonomia a lungo termine. La prestazione d'integrazione dovrebbe comprendere un contributo finanziario e un accompagnamento personalizzato.
La via, tracciata dal governo, è quella giusta. Privilegiare un reinserimento piuttosto che riconoscere una rendita. Negli ultimi anni è aumentato il numero di giovani al beneficio dell'invalidità per problemi di salute mentale. Certo, questo è un problema, un serio problema! Ma sarebbe troppo facile stigmatizzare e puntare il dito contro questi giovani. Sono troppo fragili? Sarebbe ingiusto e controproducente nei loro confronti. I professionisti, che effettuano le perizie e li interrogano al fine di concedere o no una rendita, sono più o meno concordi nel ritenere che la loro salute psichica si sia deteriorata. Ansia e depressione i disturbi più frequenti. Conseguenze anche dei mali della nostra società, che non hanno nulla di astratto per un giovane del 2026: crisi che si succedono una dopo l'altra, mercato del lavoro più instabile e, soprattutto, più competitivo, impieghi a rischio anche a causa dell'intelligenza artificiale o ancora l'onnipresenza di schermi. Senza dimenticare l'influsso dei social media, sempre più impattante sulla vita delle giovani generazioni.
Contrariamente a certi luoghi comuni, sono pochi i giovani al beneficio della rendita a ritenere che questa sia la soluzione ideale e finale dei loro problemi. Anche perché l'asticella per accedere a questa prestazione sociale è posta piuttosto in alto. I criteri sono severi e chi allestisce le perizie lo può confermare. Ma se la rendita diventa sempre più spesso la sola soluzione possibile, allora è tutta la nostra società a doversi interrogare. Il fatto di trovarsi senza lavoro, senza una formazione conclusa e senza prospettiva professionale, può comportare una recrudescenza di certe patologie psichiche. E per la loro cura va predisposta una rete di presa a carico. Con tanto di copertura finanziaria che ricade su un'altra assicurazione sociale: la Lamal. Insomma, siamo confrontati con un circolo vizioso.
Certo, come detto, è urgente risanare l'AI sul piano finanziario. Su questo non si può e non si deve transigere. Ma sul piano politico, con la riforma di integrazione presentata dal Consiglio federale, bisognerà resistere alla tentazione di fare economie a corto termine senza affrontare il problema alla radice. Bisogna predisporre le risorse necessari per intervenire in modo precoce, evoitando che certe patologie diventino croniche. Pregiudicando l'avvenire professionale e l'avvenire di cittadini di questi giovani, oltre al loro futuro quali genitori.
Certo, l'AI non può essere un ammortizzatore sociale per risolvere ogni sorta di problema. Ma la riforma è un passo importante, che andava forse compiuto già qualche anno fa. La priorità, e su questo tutti concordano, va data al reinserimento nel mercato del lavoro piuttosto che al versamento di una rendita a questi giovani. Evitando così una sorta di bomba sociale a scoppio ritardato.